Il “né né” del governo gialloverde sul Venezuela rende manifesto che Juan Guaidó sia di troppo

 

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La posizione del governo italiano fotografa incompetenza e pressapochismo, ma anche che l’esperimento dell’autoproclamazione di un presidente alternativo a Maduro in Venezuela non stia andando da nessuna parte. A domanda ieri, in diretta a SkyTG24, ho risposto che la questione del riconoscimento dell’autonominato Juan Guaidó da parte del governo italiano rispondesse – tristemente – solo a logiche interne della coalizione gialloverde, nel pieno disinteresse e mancanza di comprensione: 1) dell’interesse nazionale italiano; 2) del quadro generale latinoamericano.

Poco più tardi, in diretta a RaiNews24, ho fatto notare al sottosegretario Ricardo Merlo, un leghista di Buenos Aires, che ha ripetuto la parola dittatura e dittatore una dozzina di volte al minuto, l’insostenibilità della posizione italiana di “né né”. Né Guaidó per far dispetto all’Europa, né Maduro perché Salvini, tra Trump e Putin, sta sempre con Bolsonaro. Merlo ha ovviamente glissato sulle mie osservazioni che restano per intero, soprattutto dopo l’intervento di Moavero oggi. Chi dovrebbe materialmente organizzare le elezioni presidenziali in Venezuela? Maduro (cioè la CNE), che non riconoscete? Guaidó, che per voi non esiste?

A ben guardare però, l’esibizione da equilibrista del leghista di Buenos Aires, un piccolo aiuto di comprensione ce lo dà. Il resto d’Europa, subalterna a Trump e alla sua storia di inimicizia ventennale verso l’esperienza bolivariana, pompa su Guaidó come alter ego di Maduro e sulla catastrofe umanitaria come apriscatole per mettere magari gli stivali sul terreno e giocare con la guerra civile in Venezuela. La narrazione dei buoni bianchi contro i chavisti cattivi è pronta da sempre, appaltata da sempre agli sceneggiatori di El País di Madrid, che da due decenni scrivono un seriale giunto all’ennesima stagione, ma che poco dice di quanto è più complessa la situazione reale. Merlo, che pure non stringerebbe la mano a Maduro, ammette: “non esageriamo”, il Venezuela non è né la Siria né la Libia. Lo dice per difendere la cattiva volontà italiana di allinearsi ai nostri alleati, nell’incapacità di prendere una via alternativa, né né appunto, ma lo dice.

E aggiunge chi scrive: gli aiuti per i mille milioni di venezuelani affamati, ma che finora, secondo CNN, basterebbero per appena settemila persone, entrerebbero dalla frontiera di Cúcuta, cioè da quella Colombia che ha almeno 3,5 milioni di affamati e dove si commettono almeno le stesse violenze politiche che si commettono in Venezuela. L’Italia non è per il dialogo, perché Guaidó lo rifiuta, o forse perché lo vuole Papa Bergoglio, che per Salvini è il demonio, ma non si capisce cosa voglia, o possa fare per favorire l’uscita dallo stallo venezuelano. Eppure alle elezioni ci si può arrivare solo attraverso il dialogo. E perché no, rompendo tabù, cominciando dalle legislative per arrivare alle presidenziali come passaggio successivo a un eventuale trionfo dell’opposizione.

E qui l’irresolutezza gialloverde diventa utile. Guaidó, con la sua bella famigliola kennediana sulla quale molto hanno investito gli opinion maker del giornalismo monopolista, è improvvisamente di troppo.

Infatti, anche quella minoranza di paesi che appoggia Guaidó (una quarantina al mondo, quasi tutti latinoamericani di destra ed europei, tra i più ricchi del pianeta) non può negare che dal 22 febbraio ci sarà una doppia illegittimità, visto che anche Guaidó decadrà senza aver adempiuto al compito che si è autoassegnato ai sensi dell’art. 233 della Costituzione, cioè solo convocare elezioni. Guaidó stesso ne è cosciente, e dopo l’autoproclamazione si è allungato il mandato surrettiziamente dai 30 giorni previsti a un anno. Nessuno storcerà la bocca per questa ulteriore forzatura? Si rende così manifesta la fragilità, l’inconsistenza del suo ruolo di presidente immaginario, generale senza esercito, latifondista di una terra virtuale, che doveva solo chiamare il paese a elezioni che invece non è capace di convocare.

E allora proprio il governo gialloverde, nel guardarsi l’ombelico, suona da campana a morto per l’ultimo esperimento voluto da Luís Almagro per liberarsi di Chávez, quello di Juan Guaidó. Guaidó lo sa e perciò ha mandato disperato i suoi a Roma e si è detto sconcertato dalla posizione italiana: “Non capiamo perché il Paese europeo a noi più vicino non prenda una posizione chiara e netta contro il dittatore Maduro e non chieda, con forza, libere elezioni, sotto l’egida della comunità internazionale, e lo sblocco degli aiuti umanitari”. In realtà il governo a trazione leghista la posizione contro Maduro la prende eccome. Non prende quella a suo favore. Le elezioni le chiede anche l’Italia gialloverde, è Guaidó che è di troppo.

L’articolo Il “né né” del governo gialloverde sul Venezuela rende manifesto che Juan Guaidó sia di troppo si trova su Gennaro Carotenuto.

 

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