#Berlinale69 – Selfie, di Agostino Ferrente

 

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Alessandro e Pietro, due sedicenni del Rione Traiano, a Napoli, raccontano la quotidianità di un’estate rovente. Entrambi i ragazzi erano amici di Davide Bifolco, altro sedicenne ucciso nel 2014 da un carabiniere, perché scambiato per un pregiudicato in fuga. Un avvenimento tragico, ma considerato quasi di “ordinaria amministrazione” nella realtà complicata della periferia di Napoli. Per di più, secondo gli stessi abitanti del quartiere, volutamente deformato dai media e dal racconto dell’opinione pubblica.

Ecco, la questione del “filtro” è subito centrale. Agostino Ferrente va a Rione Traiano per capire di più della vicenda e per cercare uno sguardo finalmente obiettivo e onesto su una realtà destinata a scontare le sue tinte forti. Ancora una volta, come nei lavori firmati con Giovanni Piperno, Intervista a mia madre, Le cose belle, sceglie il punto di osservazione degli adolescenti, delle loro aspettative costrette a misurarsi con di un’esistenza apparentemente segnata e immodificabile. Ma perché non ci sia distorsione e fraintendimento, tenta di portare alle estreme conseguenze un procedimento già in parte sperimentato. Affida ad Alessandro e Pietro il compito di riprendersi da sé, con lo strumento agevole del telefonino e la pratica tutta contemporanea del selfie. Sono loro, in sostanza, gli effettivi produttori delle immagini del film. A cui si aggiungono  le inquadrature “oggettive” delle camere di videosorveglianza del quartiere e tutta una serie di “provini”, in cui Ferrente “intervista” i suoi aspiranti interpreti e compie le sue “scelte”. Massima neutralità autoriale possibile, quindi. E filtro ridotto al grado minimo. Ma solo nel senso in cui Ferrente rinuncia ad applicare una prospettiva precostituita, singolare, e un lavoro di messa in forma delle immagini. Perché a dispetto della sua apparente immediatezza, il dispositivo rimarca la sua evidenza e diventa determinante, aprendo tutta una serie di questioni teoriche che, in qualche modo, oltrepassano le storie e la materia.

È come se, per un sottile paradosso, si venisse a creare un dualismo ancor più profondo tra il discorso sul metodo, con tutte le sue implicazioni, e ciò che il film effettivamente mostra. Che, ovviamente, è la restituzione più diretta possibile della realtà quotidiana di questi ragazzi costretti a confrontarsi ben presto con scelte fondamentali, tra l’onestà e il crimine, l’acquiescente accettazione di un sistema di cose e il suo rifiuto. Qui le questioni morali devono confrontarsi con le dinamiche delle relazioni, fino a riguardare i legami e gli affetti più profondi (come dimostra bene Antonella con le sue convinzioni sull’amore e sui rapporti di coppia…). Ma, quel che più conta, tutto assume la forma lieve e coinvolgente del modo di raccontarsi per immagini di Pietro ed Alessandro, capaci di passare dal divertimento alla commozione nel volgere di una scena. Sempre in piena partecipazione, ma anche con un gusto tutto napoletano per la posa e l’interpretazione. Ecco, il dispositivo trasforma, automaticamente, il documentario in un riflessione sull’autorappresentazione, su come il modo di raccontarsi di due adolescenti passi per forza di cose attraverso un immaginario e una strategia delle apparenze. Che poi è una delle questioni centrali della pratica selfie, della sua deformazione prospettica, della sua spontaneità dichiarata, ma del tutto illusoria. Ferrente, con lucidità, asseconda i suoi protagonisti. Fino a evidenziare la possibilità diversi, ipotesi divergenti di visione. Più problematica è la questione della sua posizione. L’intervento del regista, certo, determina il prima e il dopo (“se non mi piacete, vi taglio al montaggio” dice Alessandro ai due ragazzini alla fine, in un’esternazione fin troppo dichiarativa). Crea le condizioni e rimette ordine e senso. Ma, in qualche modo, pare abdicare alla sfida del durante, del momento della ripresa. Come se ci trovassimo di fronte a un lungo materiale di foun footage, cerchiamo di capire dove incrociare il nostro sguardo con quello di Ferrente. Di veder riemergere in qualche punto, tra le immagini, il segno della sua prospettiva. Ma non nel senso di una manipolazione e di una forzatura. Né di articolazione di una traiettoria narrativa. Quanto nel senso di una ricerca e una scoperta, di un confronto dinamico con un mondo.

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