Capire le città. Nomi delle strade, storia della città, storia delle idee: Napoli (I parte)

 

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Le nostre grandi città, come, assai frequentemente anche quelle più piccole, sono piene di chiese, musei, monumenti, e l’attenzione dei visitatori si concentra per lo più su questi. Ma per capire la storia di una città, sovente la visita alle sue chiese e ai suoi musei può non bastare. O meglio, perché queste chiese e questi musei, che rischierebbero di rimanere nella memoria come frammenti isolati di un discorso interrotto, possano essere invece inseriti in un percorso reale e simbolico più organico e ragionato, occorre fare attenzione al reticolo delle strade e delle piazze che, nella sua forma e soprattutto nei suoi nomi, serba il ricordo più preciso e completo di ogni città.

La rete delle strade e dei loro nomi non solo ci fa conoscere, per così dire, le opere che realmente, strutturalmente e artisticamente hanno nei secoli formato quella città, ma anche le persone che vi hanno vissuto, le loro idee, i loro progetti, le loro credenze; i mestieri, talvolta anche umili, che uomini e donne vi hanno praticato e che magari sono scomparsi; i nomi di benefattori o benefattrici che hanno speso la vita per i poveri, gli orfani, i malati; quelli dei grandi condottieri, delle famiglie importanti, degli scrittori e delle scrittrici, dei filosofi e degli storici, i cui libri si potrebbero, naturalmente, ritrovare nelle biblioteche – ecco un’altra visita fondamentale, mai, o quasi, inserita nei circuiti turistici- ma che più facilmente potremo essere stimolati a leggere semplicemente facendo attenzione ai nomi delle vie che percorriamo. Nomi che quando è stato possibile sono stati attribuiti proprio a quelle strade nelle quali quelle persone, quelle famiglie, quegli scrittori hanno abitato.

Come si sa, fino alla fine del Settecento, i toponimi che caratterizzavano le diverse zone delle città, con i loro riferimenti a luoghi che comprendevano sovente varie e diverse strade, per la loro variabilità e incertezza, come gli studiosi possono rilevare consultando antichi registri e soprattutto gli Stati delle anime, rendevano piuttosto complicato ritrovare case e persone. È per questa ragione che, a fine Settecento, cominciò, in molte città, una ridenominazione precisa di ogni strada. Napoli, che qui più in particolare ci interessa, nel 1792 ebbe per la prima volta le sue nere tabelle di lavagna con i nomi delle strade e i numeri dei palazzi, come ricorda, tra gli altri, Gino Doria (Le strade di Napoli. Saggio di toponomastica storica 1. ed. 1943). Naturalmente questa operazione di dare precisi nomi a tutte le strade non poté essere definitiva e le strade furono sovente nominate o rinominate, sia per l’allargamento della cerchia cittadina, sia per mutamenti di natura politica, sia anche per l’accrescersi, col passare degli anni, del numero di cittadini ritenuti meritevoli di essere ricordati dal nome di una via.

Ed è per questo che i nomi che portano le nostre strade sono tante tracce che, se saremo capaci di leggerle, ci porteranno in maniera spesso diritta e sicura, all’epoca in cui la strada fu fatta o, almeno, in cui fu così denominata, rivelandoci al tempo stesso la mentalità allora più diffusa e comune, spesso il sistema di valori in quel tempo vigente. Tranne eccezioni sempre possibili, non solo i piccoli borghi possono mostrare le tracce di Giunte di diverso orientamento politico o più genericamente culturale, richiamandosi a fondatori di questo o quel partito, a letterati e poeti o preferendo piuttosto scienziati italiani o stranieri, o -in questi ultimi anni, raramente, nomi femminili piuttosto che maschili- ma ancor più le grandi città. Grandi città, nelle quali spesso intellettuali famosi hanno fatto parte delle Commissioni toponomastiche, possono rivelarci nel disegno urbanistico della loro rete di strade, anche le variazioni, nel tempo, di criteri di valore o il mutamento profondo di prospettive storiche. Napoli è certamente tra queste.

Basterà a tal proposito ricordare, per fare uno degli esempi più noti, la decisione che il Consiglio comunale prese – all’indomani della Breccia di Porta Pia (1870), esigendo, come omaggio a quell’evento, che la più centrale strada di Napoli dovesse essere intitolata a quella che da anni era stata destinata a divenire la nuova capitale d’Italia- cambiando il nome di via Toledo, che da più di trecento anni portava il nome del famoso viceré Pietro di Toledo- in quello di via Roma. Ma i napoletani, probabilmente più per forza dell’abitudine, che per deficienza di patriottismo, continuarono a chiamarla di fatto “Toledo”, ricordando non senza nostalgia le tante citazioni dei visitatori stranieri che l’avevano ricordata come simbolo della identità napoletana. Primo tra tutti Stendhal che così ne scrisse “…non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli … la città più bella dell’universo”. 

Tanto bastò, che circa cento anni dopo, attenuatosi l’entusiasmo risorgimentale, che aveva dettato in un secolo già tanti nomi di strade e di piazze intitolandole a patrioti o comunque a personaggi la cui fama era soprattutto di carattere storico-politico, si pensò di ritornare al vecchio nome, e i napoletani continuarono ad andare a spasso nella loro “Toledo”.

A Napoli, come si sa, hanno fatto parte delle Commissioni deputate a dare il nome alle strade, grandi studiosi, talvolta addirittura contemporaneamente come capitò alla fine dell’Ottocento (1890) con l’anziano Bartolomeo Capasso (1815-1900) e il giovane Benedetto Croce (1866-1952).

A questa Commissione, cui si deve buona parte del nucleo principale della toponomastica moderna della città di Napoli, altre ne seguirono, come vedremo meglio nei successivi articoli, che hanno contribuito, nel loro insieme, veramente non poco a far rivivere per gli abitanti di Napoli, non meno che per i visitatori stranieri, il ricordo di “cose, persone e idee napoletane” di cui solo attraverso chiese e monumenti mai sarebbe rimasta traccia.

 

Antonio Di Fiore

 

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