“Io e tu sono l’inizio della guerra. Il noi porta la pace”. Francesco spiega il Padre Nostro: “Sentire compassione è uno dei verbi-chiave del Vangelo”

 

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“Sentire compassione è uno dei verbi-chiave del Vangelo: è ciò che spinge il buon samaritano ad avvicinarsi all’uomo ferito sul bordo della strada, al contrario degli altri che hanno il cuore duro”. Lo ha detto Papa Francesco all’Udienza Generale di oggi, la cui catechesi è stata dedicata ad un commento del “Padre Nostro”, la preghiera insegnata da Gesù nel Vangelo.

“Cosa manca nel Padre nostro?”, ha chiesto Francesco ai 7 mila ferdeli presenti nell’Aula Paolo VI. “Per fare presto lo dirò io: una parola che nei nostri tempi tutti tengono in grande considerazione. Manca la parola io: mai si dice io. Una volta il cappellano di un carcere mi ha chesto: ‘padre, quale è l’opposto di io?’. Ingenuamente risposi: ‘tu’. E lui: ‘no, quello è l’inizio della guerra, solo il noi porta la pace’”.

“Gesù – ha spiegato il Pontefice – insegna a pregare avendo anzitutto in evidenza il tu, perché la preghiera cristiana è dialogo: ‘sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà’. Mentre la seconda parte è declinata alla prima persona plurale: ‘dacci il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti, non abbandonarci alla tentazione, liberaci dal male’. Perfino le domande più elementari dell’uomo – come quella di avere del cibo per spegnere la fame – sono tutte al plurale”.
“Nella preghiera cristiana – ha sottolineato Papa Bergoglio – nessuno chiede il pane per sé: lo supplica per tutti i poveri del mondo”. Secondo Francesco, dunque, “non c’è spazio per l’individualismo nel dialogo con Dio. Non c’è ostentazione dei propri problemi come se noi fossimo gli unici al mondo a soffrire. Non c’è preghiera elevata a Dio che non sia la preghiera di una comunità di fratelli e sorelle”.

“Nella preghiera – ha osservato Francesco – un cristiano porta tutte le difficoltà delle persone che gli vivono accanto: quando scende la sera, racconta a Dio i dolori che ha incrociato in quel giorno; pone davanti a Lui
tanti volti, amici e anche ostili; non li scaccia come distrazioni pericolose. Se uno non si accorge che
attorno a sé c’è tanta gente che soffre, se non si impietosisce per le lacrime dei poveri, se è assuefatto
a tutto, allora significa che il suo cuore è di pietra. In questo caso è bene supplicare il Signore che ci
tocchi con il suo Spirito e intenerisca il nostro cuore. Il Cristo non è passato indenne accanto alle
miserie del mondo: ogni volta che percepiva una solitudine, un dolore del corpo o dello spirito,
provava un senso forte di compassione, come le viscere di una madre”.

“Ci possiamo chiedere: quando prego, mi apro al grido di tante persone vicine e lontane?
Oppure – ha continuato Bergoglio – penso alla preghiera come a una specie di anestesia, per poter stare più tranquillo? In questo caso sarei vittima di un terribile equivoco. Certo, la mia non sarebbe più una preghiera cristiana. Perché quel ‘noi’, che Gesù ci ha insegnato, mi impedisce di stare in pace da solo, e mi fa sentire
responsabile dei miei fratelli e sorelle”. “Santi e peccatori – ha poi concluso – siamo tutti fratelli amati dallo stesso Padre. E, alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore. Non un amore solo sentimentale, ma compassionevole e concreto, secondo la regola evangelica: ‘Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’”.

L’articolo “Io e tu sono l’inizio della guerra. Il noi porta la pace”. Francesco spiega il Padre Nostro: “Sentire compassione è uno dei verbi-chiave del Vangelo” proviene da FarodiRoma.

 

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