Le straordinarie novità del documento firmato da Francesco a Abu Dhabi e la lezione del Sufismo (di M. Castellano)

 

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La Dichiarazione Congiunta di Cristiani e Musulmani firmata nel corso del recente viaggio compiuto a Doha dal Papa insieme con lo Sceicco di Al Azhar non poteva celebrare in modo più degno l’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco d’Assisi ed il Sultano dell’Egitto Al Malik.

Tra allora ed oggi ci sono però delle differenze sostanziali.
In primo luogo, non sappiamo assolutamente nulla di quanto gli interlocutori del 1219 si dissero vedendosi a Damietta.
La leggenda fiorita intorno al loro colloquio, elaborata “a posteriori” dall’agiografia cristiana, tende a dipingere il “Poverello” più nelle vesti di difensore della Fede che in quelle di chi compie un’opera di mediazione tra le parti avverse.
Il Professor Alberto Melloni, nel suo commento redatto per “La Repubblica”, ha fatto riferimento alla pittura in cui Giotto raffigura San Francesco che cammina incolume sui carboni ardenti, essendo stato sfidato a questa prova dai Dottori islamici della Legge.

La “vulgata” su quanto avvenne in quella occasione tende dunque ad accreditare l’immagine del Santo di Assisi quale campione di una verità inconciliabile con quella propugnata dai suoi interlocutori.
Se l’episodio immortalato dall’artista non è assolutamente suffragato da prove, e dunque non riveste alcun valore dal punto di vista storiografico, possiamo tuttavia valutare senza tema di errore con quale animo il “Serafico” uscì dall’incontro.
Poco dopo il suo ritorno dalla Terra Santa, infatti, trovandosi nell’Eremo della Verna, Francesco ricevette le stimmate, cioè il segno, per chi è cristiano, della piena identificazione con la sofferenza di Nostro Signore.
Che cosa aveva causato tanto dolore al “Poverello”?

Un altro grande studioso del suo tempo, il professor Franco Cardini, ha da tempio chiarito – impiegando tutto il suo prestigio scientifico – che San Francesco aveva “preso la Croce”, aveva cioè indossato il simbolo che contraddistingueva per l’appunto i partecipanti alle Crociate.
Non gli sarebbe risultato d’altronde assolutamente possibile recarsi in quelle circostanze storiche nella Terra Santa senza compiere tale gesto, e dunque senza manifestare espressamente la propria adesione al progetto – nel quale si riconosceva tutto il Cristianesimo Occidentale – di riscatto dei luoghi dalla Passione.
Certamente, l’epopea dei Crociati nel 1219 era già da tempo entrata nella sua fase declinante: fin dal 1187, infatti, il Saladino aveva riconquistato all’Islam la Città Santa di Gerusalemme, ed il dominio cristiano si era ormai ridotto alla fascia costiera della Palestina.
La Capitale del cosiddetto “Regno Latino” era stata trasferita a San Giovanni d’Acri, prossima a cadere nel 1292, segnando irrimediabilmente la fine dell’avventura iniziata nel 1095 da Urbano II a Clermont.

Il dolore sofferto da San Francesco, stigmatizzato alla Verna, lo si può dunque interpretare come causato dal suo disappunto per il fallimento di un progetto al quale il “Poverello” – in quanto cristiano – aveva comunque aderito.
Noi propendiamo tuttavia per un’altra ipotesi: il Santo di Assisi soffriva perché la logica delle armi, la logica della guerra – quali che fossero le sue vicende – prevaleva ormai definitivamente sulle ragioni del dialogo e della pace.

Da quel tempo, la stessa parola “Crociato” ha assunto per i Musulmani un significato spregiativo, assimilando nostra Religione alla prevaricazione dei loro diritti ottenuta con l’uso della forza.
Da parte nostra – fino all’attuale Pontificato – non si è d’altronde fatto nulla per smentire questa idea che l’Islam ha concepito del Cristianesimo, ed anzi dell’Occidente nel suo insieme.
Quando, nel 1918, il Generale inglese Allemby entrò nella Basilica del Santo Sepolcro, proclamò solennemente che rivendicava l’eredità spirituale delle Crociate.

Se fino a quel momento l’alleanza tra le Potenze dell’Intesa ed il nascente nazionalismo arabo contro il dominio imperiale turco aveva funzionato, l’affermazione del condottiero britannico conteneva il germe dei futuri contrasti.
La successione dal dominio cristiano a quello ebraico sui Luoghi Santi li avrebbe più tardi ulteriormente acuiti.
Oggi, in ambito tanto arabo quanto islamico, va di moda parlare di una alleanza tra i Sionisti e – per l’appunto i “Crociati”.
Il breve dominio europeo, durato quanto il tempo intercorso tra le due guerre, si incuneò nella vicenda storica dell’Islam sunnita tra la fine della sua unità religiosa, segnata dall’abolizione del Califfato, e la rinascita del nazionalismo arabo, di matrice laica e socialista.
In tempi più vicini a noi, gli è però subentrata la fase contraddistinta dal risorgere del radicalismo confessionale.
La cesura tra queste due fasi storiche fu segnata dalla disastrosa sconfitta subita nella guerra del 1967, quando il “Nobile Santuario” – per gli Israeliti il Monte di di Sion – cade di nuovo nelle mani degli “Infedeli”.
Ora è dunque l’Islam radicale il soggetto che innalza la bandiera della contrapposizione all’Occidente, ed il conflitto assume di nuovo – proprio come al tempo delle Crociate – una connotazione di carattere essenzialmente religioso.

Era dunque logico e necessario che la missione di trattare la pace fosse assunta dalla nostra massima Autorità spirituale.
Ed è proprio qui che si colloca la vera motivazione della scelta di Bergoglio quale nuovo Papa.
L’uomo venuto dal Meridione del mondo, anzi “dalla fine del mondo”, come egli stesso volle definirsi nell’atto stesso di presentarsi “Urbi et Orbi”, non poteva certamente essere sospettato di volere giustificare il predominio dell’Occidente, che egli stesso aveva subito nel suo Paese di origine, né il precipitare del conflitto avrebbe permesso al Papa di tener buona la controparte islamica con parole generiche o con promesse demagogiche.
L’unica scelta possibile, da parte dei Cristiani, era quella dell’alleanza strategica con i Musulmani.

Quando ci si allea, lo si fa però stipulando dei patti.
Il discorso tenuto da Bergoglio al Cairo, dove assistevano al suo incontro con lo Sceicco di Al Azhar il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, il Patriarca Copto d’Egitto ed il Presidente della Federazione Mondiale Luterana, conteneva la proposta strategica del Vescovo di Roma.
Il documento sottoscritto a Doha ne precisa ora i contenuti e gli obiettivi.

Fino ad oggi, quando si riunivano le diverse Autorità religiose, esse condannavano solennemente il terrorismo, ed in particolare la sua pretesa blasfema di uccidere nel nome di Dio.
Il testo firmato dal Papa e dallo Sceicco Al Tayeb segna però un passo avanti decisivo rispetto a questa formulazione.
Il terrorismo che colpisce obiettivi civili costituisce una risposta ingiusta, sbagliata e comunque inefficace ad un problema che tuttavia esiste realmente: quello costituito dalla sperequazione e dall’ingiustizia subita dalla maggior parte dell’umanità, da quei popoli cui appartengono ambedue i firmatari del documento di Abu Dhabi.

Se si vuole eliminare il terrorismo – dicono in sostanza il Papa ed il Rettore dell’Università più antica del mondo – occorre eliminare le sue cause politiche e sociali.
I terroristi saranno definitivamente emarginati se verrà intrapresa una azione efficace e di massa volta ad eliminare l’ingiustizia.
Si diceva un tempo che la rivoluzione deve impedire la guerra, se non si vuole che sia la guerra a causare la rivoluzione.
La risposta al terrorismo non deve essere dunque repressiva, bensì politica.
La malattia non si elimina con una cura sintomatica.

L’offensiva scatenata dai tradizionalisti contro Bergoglio sta ormai toccando l’acme, perché i suoi promotori si rendono conto del fatto che la Chiesa ha ormai passato il Rubicone.
Vale la pena, a conclusione di queste annotazioni, ricordare come lo Sceicco di Al Azhar venga da una famiglia di Sufi, dirigenti di una importante “Tarika”, cioè di una scuola di questo movimento spirituale.

Il Sufismo non è – contrariamente a quanto comunemente si crede in Occidente – una corrente dell’Islam, quali sono i Sunniti e gli Sciiti.
Esso si può considerare piuttosto come la società esoterica tradizionale del mondo musulmano.
Facendo un paragone azzardato, potremmo dire che si tratta dell’equivalente di quanto è in Occidente la Libera Muratoria.
I Sufi – così chiamati dal mantello di lana grezza che costituisce per loro una sorta di uniforme – sono degli gnostici, e come tali ritengono possibile la visione di Dio risalendo, attraverso la conoscenza e la virtù – le sue irradiazioni.
Nessuna Società Esoterica Tradizionale pratica il sincretismo, dal momento che tutte le Religioni positive concordano su di un punto: soltanto la Fede, e non la ragione, conferisce all’uomo la certezza dell’esistenza di Dio.
Il credente si riconosce quindi nella sua Rivelazione, sul cui contenuto le varie Religioni divergono, il che le rende tra loro inconciliabili.

Le diverse tradizioni esoteriche riconoscono reciprocamente valido il cammino iniziatico compiuto dai loro rispettivi seguaci.
Gli esoteristi appartenenti alle diverse Tradizioni sono dunque naturalmente portati alla tolleranza, anche se le loro appartenenze religiose risultano diverse.
La persecuzione dei Templari – accusati di idolatria, ma più ancora di sincretismo – traeva origine dal fatto che essi erano per l’appunto degli esoteristi, ed erano divenuti tali frequentando gli gnostici musulmani, precisamente i Sufi.
Da allora si originò la diffidenza del Cristianesimo nei confronti della gnosi.

Il rapporto tra il Papa, che dimostra invece una grande apertura nei riguardi di questa tendenza spirituale, e lo Sceicco di Al Azhar, che vi appartiene dichiaratamente, consolida un legame basato sulla fiducia reciproca, nata dall’affinità tra diverse esperienze.
Anche le varie scuole esoteriche, come le Religioni positive, sono destinate a recare un contributo molto importante alla causa della giustizia nel mondo.

Mario Castellano

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