L’umanità schiacciata su un eterno presente: anche i cristiani rinunciano a parlare delle «cose ultime»

 

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Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a don Giuliano Zanchi – segretario generale della Fondazione Bernareggi e vicario parrocchiale di Longuelo, a Bergamo – sui contenuti di un suo libro recentemente pubblicato da Vita e Pensiero, Rimessi in viaggio. Immagini da una Chiesa che verrà (pp. 244, 16 euro). Potete leggere la prima parte qui.

 

Karl Marx affermava che, dopo molti tentativi da parte dei filosofi di interpretare il mondo, era giunto il momento di cambiarlo. Oggi sia l’idea di interpretare la realtà, sia quella di provare a modificarla sembrano demodé: l’idea prevalente è che ci si debba accontentare di vivere giorno per giorno, evitando di porsi troppe domande e senza andare molto in là nel futuro (non oltre il prossimo fine settimana, diciamo: il titolo di una fortunata canzone dei Coldplay recita Hymn for the Weekend). Rispetto a questo rattrappimento del tempo e delle speranze, che ne è del discorso cristiano sull’avvento «di nuovi cieli e una nuova terra»?
«Che oggi l’orizzonte del desiderio si restringa alla famosa dimensione dell’eterno presente, per non dire del magico istante, lo dicono un po’ tutti, sociologi, antropologi, psicanalisti, scrutatori della vita in genere. In questo momento della storia l’umanità non sa guardare che qui, nel ristretto arco temporale di un’esistenza umana tarata al minimo. Tutta la cultura dei consumi viene apposta costruita su questa reclusione del desiderio nel campo di una salvezza immediata e immanente. Vorrei peraltro insinuare il sospetto che questo clima non domina solo la persuasione dell’individuo agnostico della cultura secolare, ma determina i comportamenti anche delle persone che continuano a far riferimento a una visione religiosa della realtà. Cristiani compresi. Si tratta di un mood epocale, non di una scelta dei singoli. Questo significa che è diventato difficile per tutti immaginare e pensare tutto quello che oltrepassa le dimensioni del tempo terreno. Non solo nel senso di quanto vi possa essere oltre il tempo e dopo la storia. Ma anche di quello che ci si può aspettare nella storia. Non esistono quasi più spinte collettive di chi vuole un mondo migliore. Ma solo pulsioni nell’avere più garanzie personali in questo. Accettare la realtà purché sia buona per noi. Nemmeno i credenti sono fuori da questo acquario. Per questo mi sembra vero il giudizio di chi segnala una rinuncia del cristianesimo a parlare delle cose ultime, del paradiso, del giudizio, del tempo dopo il tempo. Non se ne parla più neanche nelle prediche. Solo che non si può ricominciare a parlarne tirando semplicemente fuori dalla vecchia cassetta degli attrezzi le stesse categorie mentali e linguistiche di una volta, perché così o si fa ridere e si fa del terrorismo anacronistico (spesso le due cose rischiano di coincidere). Ci aspetta un enorme lavoro di traduzione culturale e di ripensamento dei paradigmi con cui anche da cristiani possiamo pensare il senso delle cose ultime. Di sicuro il pensiero di un mondo compiuto non è più separabile dall’immaginazione di un mondo migliore. È la giustizia sperimentata e desiderata in questo mondo che nutre il desiderio di quello a venire (esiste anche una religione che in nome di un paradiso nell’aldilà giustifica tutti gli inferni già possibili dell’aldiqua). Noi credenti non saremo credibili sulle cose ultime se non saremo seri su quelle penultime».

A rischio di sembrare fondamentalisti: può sussistere, alla lunga, una società umana che si basi sulla pura “immanenza”, sulla semplice accettazione di ciò che i giorni apportano, uno dopo l’altro? La cancellazione dell’«intero orizzonte» – una delle immagini con cui Nietzsche allude alla «morte di Dio» – ci può aiutare a vivere in uno spirito di tolleranza e amicizia, o rischia di portare a una lotta di tutti contro tutti per arraffare il più possibile dal buffet della vita? E il cristianesimo, su questo, non ha ancora qualcosa di importante da dire?
«Qualcuno dice giustamente che il nichilismo attivo di Nietzsche si è trasformato nel nichilismo passivo del senso comune. Esiste un livello della cultura comune e dei costumi collettivi che ha assimilato come patrimonio di base un sostanziale agnosticismo esistenziale. Si tratta di una semplice irrilevanza sociale di quelle questioni del senso che rimandano a prospettive trascendenti. Nelle giovani generazioni questo atteggiamento è del tutto vistoso. Nessuno ha niente contro la religione. La si ritiene semplicemente irrilevante. Prime fra tutte le vecchie religioni confessionali. Anche la dimensione spirituale che prova a balbettare qualche parola sulle questioni del senso oggi prende forme che non hanno più necessariamente a che fare con le religioni tradizionali. Se si sta attenti si capisce anche che persino le pratiche dei consumi, in tutta la loro varietà, hanno acquisito una tonalità vagamente religiosa. Insomma siamo la prima civiltà della storia che prova a vivere senza immaginare un futuro e cercando salvezze puramente immanenti. Con una idea della spiritualità che cerca di rimanere intensa anche senza riferirsi a nessuna trascendenza. La contropartita non può essere che una totale sovradeterminazione delle opportunità del presente, che essendo le sole veramente significative sono realmente questione di vita o di morte, gratificazioni immanenti da cui far dipendere il senso di tutto. Noi siamo immersi nella cultura di un felicismo di massa nel quale gli individui sono costretti a comportarsi come concorrenti di un immenso permanente talent show. La cultura di massa è insieme omologante e antagonistica. Tutti vogliono tutto come tutti. Per questo sotto la predicazione civica della tolleranza agisce in realtà un sistema che ha fatto della competizione generale l’anima del commercio. Il cinismo diventa così la virtù prevalente. In questo certo il cristianesimo può trovare il suo appuntamento nella storia. Perché infondo l’idea che l’essere umano sia per natura programmato alla competizione fra individui è solo una rappresentazione del sistema che l’ha congegnata. Restituire all’uomo di oggi la sua natura di essere etico e sociale è uno dei bisogni dell’epoca e un kairos della fede. Noi su questo abbiamo il vangelo, che è materiale di primordine. Dovremmo essere capaci di argomentare culturalmente che la misericordia (forma teologale del legame sociale) non è un sentimento che agisce dopo e a rimedio della natura strutturalmente utilitaristica dei rapporti individuali, ma la qualità stessa della vita quando essa assume la sua forma propriamente umana. L’amore è la regola, non l’eccezione. Abbiamo davanti praterie per la nostra testimonianza».

(La copertina del volume)

 

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