Giulio Brogi, una vita da sovversivo

 

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Giulio Brogi era nato per mettere in discussione tutto. Per sparigliare le carte, per lasciare un senso di crisi in quelle cose che in apparenza dovrebbero essere sinonimo di tranquillità, di sicurezza. Giulio Brogi era un sovversivo, un attentatore sistematico delle fondamenta su cui poggiano i nostri sistemi di riferimento. In ciò era sfacciatamente galileiano e forse anche per questo Liliana Cavani lo volle nel suo controverso film sullo scienziato di Pisa, Galileo appunto.

Giulio Brogi dell’agitatore aveva le sembianze. Era una questione di mimica facciale, di uso sapiente del corpo. Tant’è che, ancor prima della Cavani, ad essersene accorti erano stati i fratelli Taviani, facendogli fare uno de I sovversivi nel 1967. In quella circostanza interpretava un esiliato venezuelano che, in occasione della morte di Togliatti, sognava la rivoluzione anche a casa sua. Più tardi, in un esempio eccezionale di scissione meiotica del corpo, farà dire ad uno dei tre personaggi interpretati in San Michele Aveva un Gallo: «Non mi capiterà mai. Mettere su famiglia, avere una donna, dei figli. Tutto ciò è normalità, abitudine, appacificazione. E’ l’equilibrio che partorisce i mostri».

In quel film Brogi interpretava l’anarchico internazionalista Giulio Manieri, ma a risentire quelle parole viene da pensare che Paolo e Vittorio Taviani, nello stendere la sceneggiatura, avessero in mente nessun’ altro che lui.
Lui che apparteneva a quella generazione degli angry young men del cinema italiano. Col più «inglese» di tutti, Marco Bellocchio, aveva interpretato insieme a Laura Betti l’edizione tv de Il Gabbiano di Anton Checov. Con Bertolucci invece era stato il protagonista di La Strategia del Ragno, altra pellicola dedicata al piccolo schermo, in cui però si iniziava a subodorare la delusione per quella mutazione in essere degli ideali che avevano alimentato la Resistenza al nazi-fascismo.
Sovversivo, anarchico, poi eretico: il 1973 è l’anno in cui interpreta il filosofo Tommaso Campanella  per Gianni Amelio in La Città del Sole, mettendo in crisi l’intero sistema teocentrico su cui si adagiavano le certezze etiche della Napoli cinquecentesca.

D’altronde la capacità di autoeleggersi a spina nel fianco dei poteri costituiti resterà viva almeno fino a Il portaborse di Daniele Luchetti, in cui veste i panni di un giornalista scomodo, che incrocia le braccia di fronte alle chiacchiere del Nanni Moretti politico-pre-Caimano.

Ad averli avuti davvero dei giornalisti simili a quel Francesco Sanna, si sarebbe dato un limite alle interferenze tra politica ed informazione e, chissà, non avremmo sentito così tanto la mancanza di gente nata autenticamente sovversiva. Allora quella frase recitata in uno spezzone tagliato de La Grande Bellezza assume oggi tutto un altro valore: «Vorrei dire ai miei spettatori: abbiate rispetto della vostra curiosità. Molti la frenano…sono pigri, moralisti, indolenti. Sono scettici!».

Nichilismo di un deluso o lucido realismo? Forse soltanto l’ultima bomba lanciata da un autentico sovversivo. Brogi ci ha lasciato nella giornata di ieri. Aveva 83 anni.

L’articolo Giulio Brogi, una vita da sovversivo proviene da SentieriSelvaggi.

 

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