«L’immigrazione è vantaggiosa per le economie, anche dopo 100 anni»

 

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Un nuovo studio sulla revisione degli studi economici rileva che le contee degli Stati Uniti con più immigrazione storica hanno redditi più alti, meno povertà e una minore disoccupazione oggi.
L’effetto che gli immigrati hanno sulle comunità in cui si stabiliscono è diventata una questione di primaria importante nel dibattito statunitense, europeo ed italiano, ma l’attenzione è rivolta generalmente agli effetti a breve termine degli immigrati, quelli che danno “incassi politici” immediati alle forsze della neodestra xenofoba, sappiamo molto meno sulle conseguenze a lungo termine dell’immigrazione. Che è invece il tema che affronta lo studio “Immigrants and the Making of America”, pubblicato su The Review of Economic Studies della Oxford University da Sandra Sequeira , della London School of Economics e del CEPR, Nathan Nunn dell’Harvard University, e Nancy Qian dela Fanhai International School of Finance della Fudan University, che hanno studiato gli effetti dell’immigrazione negli Stati Uniti dal 1850 al 1920, periodo in cui l’immigrazione è aumentata drasticamente negli Usa, con cambiamenti anche dei Paesi di provenienza: nel 1850 oltre il 90% delle persone nate all’estero che vivevano negli Stati Uniti provenivano dalla Gran Bretagna, dall’Irlanda o dalla Germania, nel 1920 erano solo il 45%, grazie anche all’arrivo in massa di migranti italiani, spesso oggetto di esclusione, razzismo, sfruttamento e violenze e accusati di essere tutti delinquenti e violentatori di donne (vi ricorda qualcosa?).
Gli autori dello studio hanno scoperto che «L’immigrazione ha prodotto benefici che si sono sentiti subito dopo il loro arrivo. L’immigrazione ha portato a insediamenti produttivi sempre più grandi, a una maggiore produttività agricola e a tassi di innovazione più elevati. Questi risultati sono coerenti con una narrativa di lunga data che suggerisce che gli immigrati contribuiscono alla crescita economica fornendo un’ampia offerta di manodopera non qualificata, nonché un’offerta più piccola di persone qualificate, che portano con sé conoscenze e innovazioni importanti per lo sviluppo».
Dallo studio emerge che «Le dimensioni degli effetti suggeriscono che un aumento del 4,9% della percentuale di immigrati in una contea comporta oggi un aumento del 13% del reddito medio pro-capite, un aumento del 44% della produzione manifatturiera media pro capite dal 1860-1920 (e un 78% aumento nel 1930), un aumento del 37% dei valori agricoli e un aumento del 152% nel numero di brevetti pro capite».
I ricercatori hanno anche scoperto che questi benefici economici non hanno avuto costi sociali a lungo termine: nonostante la narrazione salviniana: «I luoghi con più insediamenti storici di immigrati. oggi hanno livelli simili di capitale sociale, partecipazione civica e tassi di criminalità».
La Sequeira conclude: «Quel che è affascinante è che, nonostante l’eccezionalità di questo periodo nella storia degli Stati Uniti, ci sono diversi paralleli importanti che si potrebbero tracciare tra allora e oggi: il grande afflusso di manodopera non qualificata, il piccolo ma importante afflusso di innovatori altamente qualificati, così come il significativo contraccolpo sociale a breve termine contro l’immigrazione. Nel dibattito sull’immigrazione, c’è molto da imparare guardandola da una prospettiva più lunga».
Ma la politica marketing della paura se ne frega delle prospettive di lunga durata e ha bisogno dell’immediato e della semplificazione di un fenomeno complicato che ha visto e vede gli italiani come migranti dimenticati dai demagoghi di ogni epoca.L’articolo «L’immigrazione è vantaggiosa per le economie, anche dopo 100 anni» sembra essere il primo su Greenreport: economia ecologica e sviluppo sostenibile.

 

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