Ma il Mercadante non è la Fiat di Marchionne

 

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Scritto da Antonio Grieco

Da alcune settimane sulle pagine dei quotidiani cittadini è in corso un vivace dibattito sulla nomina del prossimo direttore del Mercadante, il Teatro Stabile di Napoli diretto da Luca De Fusco.

Sono stati fatti al riguardo molti nomi  prestigiosi di artisti, attori, registi, a cui affidarne la direzione, ma non ci sembra sia  emerso con chiarezza il dato più generale (e culturale) del discorso: vale a dire quali scelte si intendono  compiere per una svolta negli indirizzi programmatici del Teatro Stabile napoletano dopo la deludente gestione dell’attuale direttore,  di cui è in scadenza il mandato; un manager regista (dal 2011 al 2015 anche alla direzione artistica del Napoli Teatro Festival su nomina del governatore Caldoro) che – come ha sottolineato  Renato Carpentieri in un’intervista a Repubblica di Napoli – si è distinto per la sua direzione autoritaria, “da monarca assoluto”, con una propensione, aggiungiamo, a sostenere spettacoli di cui è anche regista e a promuoverne le impegnative tournée. Di non diverso tenore negli anni passati sono state le critiche  a lui rivolte da registi come Mario Martone (che criticò anche la qualità artistica del suo teatro definendolo “grigio e convenzionale”) e Carlo Cerciello.

Più in generale, nel nostro Stabile sembrano saldarsi insieme un deficit programmatico e un modello gestionale che evoca un potere chiuso, autoreferenziale (basti pensare a questo proposito ai riconoscimenti assegnati a lavori di De Fusco dal “Premio le Maschere del Teatro Italiano”, da lui stesso istituito), poco incline a confrontarsi con chi in città o altrove del teatro ha fatto una scelta di arte e di vita. Si è detto, a sostegno dell’eventuale rinnovo del mandato dell’attuale direttore, che in questi anni il Mercadante ha ottenuto la qualifica di Teatro Nazionale; che il numero di spettatori e abbonati allo Stabile è cresciuto; che si è dato vita ad un’importante scuola di teatro diretta da Mariano Rigillo.

Nessuno lo nega. Ma noi ci ostiniamo ancora a credere che la logica del fare cassa, del dare e avere, non può essere assolutamente un metro di paragone per giudicare un cartellone o una direzione artistica di un teatro pubblico. Insistiamo su questo termine: pubblico. Perché un Teatro Stabile non è un’azienda privata: è un bene di tutti che abbiamo il dovere di  tutelare e trasmettere alle nuove generazioni. Se a prevalere nella sua gestione è un’impianto ragioneristico e produttivistico, allora la ricerca possiamo considerarla morta: con la conseguenza che, inevitabilmente, ci imbatteremo in spettacoli ideati altrove – spettacolari e di sicura presa sul pubblico, certo – ma che, al di là della loro maggiore o minore originalità drammaturgica, non lasciano intravedere nessun vero processo  innovativo. Naturalmente l’ossessiva attenzione al botteghino, ai biglietti staccati, finisce poi per lasciare in ombra tanti gruppi e piccoli teatri che svolgono una preziosa funzione sociale e credono nel valore etico e artistico della ricerca.

Si dirà che la gestione che ha contaddistinto il Mercadante in questi anni non è diversa da quella di altri Teatri Stabili,  essendo in fondo il risultato di una brutta legge, il Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo).

Una legge che, con criteri molto discutibili, premia i grandi teatri e penalizza i soggetti più deboli. Ma, ripetiamo, se è così – se cioè a prevalere nell’attività artistica è esclusivamente una logica mercantile che non la distingue dal sistema competitivo pensato da Marchionne per la Fiat -, ebbene, anche per il futuro del nostro teatro non c’è da aspettarsi niente di buono. Lo dimostra, del resto, la recente decisione del presidente del cda del Mercadante Filippo Patroni Griffi di rinviare ogni decisione sulla nomina del direttore (prevedendo presumibilmente un bando di concorso) e di non rendere pubblici i verbali delle riunioni del consiglio.

Dietro questo imbarazzo, questa mancanza di trasparenza, non è difficile scorgervi l’intreccio politico-istituzionale che fa da sfondo all’intera vicenda: un consiglio spaccato, diviso in due, con una parte dei consiglieri – quella che fa capo alla Regione – che sostiene De Fusco e la sua riconferma,  e un’altra – espressione della città metropolitana e del comune di Napoli – che ritiene ormai non più rinviabile  una discontinutà col passato.

A nostro parere la cosa più deleteria di questo scontro è che esso avviene tra le mura impenetrabili del Palazzo, tenendo all’oscuro del dibattito e delle decisioni che si intende prendere sia i cittadini, sia i tanti protagonisti della scena napoletana – artisti, attori, registi – che spesso lavorano nel totale isolamento istituzionale; nonché le tante comunità teatrali che, come ha osservato anche Nino Daniele, assessore al comune di Napoli, svolgono uno straordinario lavoro culturale in territori difficili, socialmente degradati. Si pensi – solo per citarne qualcuna – ad esperienze come quelle dell’Elicantropo, del Teatro Arcas, del Nuovo Teatro Sanità, del  Nest e della Sala Ichòs, a San Giovanni a Teduccio, della Sala Assoli e del Teatro Nuovo, ai Quartieri Spagnoli; e ancora, del Tan (Teatro Area Nord), della Galleria Toledo, del Tin (Teatro Instabile Michele Del Grosso), dell’Associazione “Scena sperimentale Gennaro Vitiello, a Torre Del Greco; dello stesso Asilo Filangieri, dove si tengono periodici laboratori teatrali e incontri con rilevanti personalità del mondo dello spettacolo di rilievo nazionale e internazionale. A nessuno di chi dirige questi spazi comunitari, che ci risulti, è stato chiesto un parere sul futuro dello Stabile napoletano. Ci troviamo, tra l’altro, di fronte a un modello organizzativo che stride  violentemente con la recente storia del Mercadante.

Una storia che, forse è sempre bene ricordarlo, è una bella storia di lotta.  L’attuale Teatro Stabile napoletano, infatti, a metà degli anni Settanta, fu salvato dalla mobilitazione di attori, artiste e artisti, lavoratori delle fabbriche, associazioni culturali, gruppi teatrali d’avanguardia (alcuni  di questi ultimi – ricordò Giulio Baffi in un suo saggio del 1976 – “pressocché sconosciuti anche al gruppo degli stessi sperimentali”); un’intera comunità artistica si mobilitò per impedire che al suo posto, al posto del Mercadante, si consumasse l’ennesimo scempio edilizio della città; in una fase successiva la lotta continuò con la  costituzione di un comitato che rivendicò la gestione pubblica del teatro.

I gruppi della sperimentazione teatrale napoletana vinsero con intelligenza una battaglia così esemplare del clima storico-politico di quel periodo, proponendo insieme alla difesa e al recupero architettonico dello storico monumento settecentesco anche un’altra idea di teatro.

Gli obiettivi di quel movimento li indicò Paolo Ricci – critico teatrale e pittore – su l‘Unità di Napoli (“Proposte per il Mercadante”, 1974). il Mercadante, “sottratto al teatro di consumo”, doveva essere per lui destinato ad attività artistiche e teatrali di carattere sperimentale o comunque estranee a qualsiasi convenzionalità accademica e, nel tempo, trasformarsi in un centro di ricerche e di scambi di esperienze per le formazioni giovanili “che operano, oltre che nella nostra città, in Italia e all’estero”.

Un altro punto di quella articolata proposta sembra poi  quasi alludere al dibattito di questi giorni: a gestire Il Mercadante  doveva  essere  un comitato di esperti nominato, al di fuori di ogni pressione amministrativa e politica, dall’assemblea di tutti i gruppi sperimentali operanti a Napoli e nella Regione. In sostanza, per il critico napoletano, nella gestione del nostro teatro non era assolutamente possibile prescindere dal coinvolgimento democratico di chi credeva in un altro teatro. Naturalmente i tempi sono cambiati e sono rimaste poche tracce di un pensiero e di un agire collettivo così radicali. Ma se un giorno a chi ha la responsabilità di dirigere una struttura così complessa venisse in mente di prendere definitivamente le distanze da vecchi giochi e logiche di potere, basterebbe solo che prestasse attenzione ad alcuni temi al centro di quella memorabile mobilitazione di attori e intellettuali napoletani, per dar vita a una fase nuova; un progetto culturale serio, aperto alla ricerca e alla città, che, lontano da ogni tentazione familistica, consenta un effettivo rilancio dello Stabile napoletano

 

Antonio Grieco

 

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