Dal Mediterraneo alla Scala. L’ipotesi dei sauditi non piace a nessuno (di C. Meier)

 

Mia Immagine

Richiedi informazioni per finanziamenti e agevolazioni

Mia Immagine

Gabriele Albertini, già Sindaco di Milano, ha dimostrato ancora una volta di essere un uomo colto e intelligente, degno erede di quella tradizione illuminista lombarda che va da Giulio Cesare Beccaria e Pietro Verri fino ad Alessandro Manzoni.
Già sodale in politica di Berlusconi, che però non lo indusse mai ad abbandonare il suo spirito critico e non gregario, ne prese le distanze per tempo, essendosi reso conto di come la deriva destrorsa del Cavaliere di Arcore stesse covando le uova di dinosauro da cui è uscito l’aspirante “democratore” Salvini.

Albertini, ormai lontano dalla “poltique politicienne”, dice assenatamente la sua sulla “vexata quaestio” dell’ingresso dei Sauditi tra i finanziatori del Teatro alla Scala, con la loro conseguente presenza nell’influentissimo Consiglio di Amministrazione.
Il “milieu” artistico, e più ancora quello politico, si sono spaccati: da una parte si è fatto ricorso ricorso da una parte all’argomento secondo cui “aurum non olet”, in base al quale una iniezione di “petrodollari” nel “Tempio della Lirica” dovrebbe essere considerata alla stregua di un normale ed apprezzabile atto di mecenatismo; dall’altra parte, è scattato puntuale il demagogico “vade retro” dei seguaci di Salvini, pronti a denunziare l’inevitabile “islamizzazione” di questa importante istituzione culturale, con i conseguenti esiti censori.
La posizione assunta da Albertini si può sintetizzare nella formula ecclesiastica del “placet juxta modum”.’ex Sindaco prende le mosse da una affermazione pienamente centrata condivisibile: “Noi occidentali crediamo al “diritto delle differenze”, in Arabia si crede alla “differenza dei diritti”.
Ci permettiamo tuttavia di esprimere un parziale dissenso da Albertini quando egli esemplifica – in modo a nostro avviso non appropriato, in che cosa consiste – a suo avviso – quanto egli definisce la “differenza dei diritti”.

Afferma l’ex Primo Cittadino di Milano che nell’ambito dell’Islam “l’uomo credente li ha tutti, il non credente meno, la dona ancora meno, la donna infedele se la passa peggio”.
La questione – se posta nei suoi corretti termini giuridici – non riguarda tanto il principio di eguaglianza dei diritti tra i cittadini, quanto la possibile evoluzione verso l’eguaglianza dei diritti riferiti alle diverse comunità culturali, e soprattutto religiose.

Per comprendere la natura e la dimensione del problema, occorre rifarsi – a costo di ripeterci, dato che la questione non perde attualità, ma anzi l’accresce con il passare del tempo – ad una controversia cui è stata chiamata a pronunziarsi tempo fa la Giurisdizione Amministrativa della Repubblica Francese: cioè quella dello Stato europeo capofila nella strenua difesa del tradizionale principio in base al quale l’eguaglianza vale tra i cittadini, o meglio tra le persone fisiche, e non – per l’appunto – tra le diversi identità collettive, siano esse culturali o religiose.
Le Autorità migratorie transalpine avevano espulso alcune mogli sposate da residenti stranieri – titolari, beninteso, di regolare Permesso di Soggiorno, mediante matrimoni poligamici.
Le persone interessate da tale atto amministrativo lo avevano impugnato, ottenendone l’annullamento.
La sentenza del Tribunale Amministrativo risulta ineccepibile in punta di Diritto.

Le cosiddette “Preleggi”, anteposte a tutti i Codici Civile dell’Europa Continentale, praticamente ricopiate – senza nessuna sostanziale differenza tra Stato e Stato – dal Codice Napoleonico dell’anno 1800, in materia di applicazione delle norme straniere, affermano che lo stato civile di una persona viene stabilito in base a quelle vigenti nel Paese di cui questa persona ha la cittadinanza.
Se dunque un residente straniero è cittadino di uno Stato che ammette la poligamia, la Francia – come pure l’Italia, la Germania e così via – deve considerarlo coniugato contemporaneamente con diverse donne.

A loro volta, le norme migratorie stabiliscono a chi si estende il cosiddetto diritto al ricongiungimento, che comunque comprende sempre il coniuge, oltre ai parenti di primo grado.
Se dunque c’è più di un coniuge, il residente straniero può farsi raggiungere dalle sue sue varie mogli, fino ad un massimo di quattro: limite, quest’ultimo, posto dalla legge religiosa islamica, ma recepito da quella di diversi Stati.

Questo soggetto percepirà inoltre gli assegni familiari per tutte quante.
Uscendo dall’ambito strettamente giuridico, mettiamoci nei panni del suo collega della Renault, il quale viene arrestato per bigamia se ha due mogli.
Come dicevano gli antichi giureconsulti, “summum jus, summa iniuria”: lo stesso fatto che per l’uno costituisce una violazione della norma penale, per l’altro origina dei diritti soggettivi.
Il provvedimento adottato dall’Amministrazione Pubblica francese è stato comunque annullato per eccesso di potere.

I Difensori delle ricorrenti hanno avuto in ogni caso buon gioco nel ricordare come il Ministero degli Esteri conceda senza problemi la residenza alle diverse mogli di alcuni Diplomatici rappresentanti dei Paesi islamici: se si parte dal presupposto che il principio di eguaglianza è riferito alle persone fisiche, bisogna almeno applicarlo con un criterio coerente.

Ricordiamo come i negoziati per la stipula di una Intesa tra l’Unione delle Comunità Islamiche Italiane e lo Stato si arenarono, alcuni anni or sono, in quanto i dirigenti dei Musulmani d’Italia pretendevano che il matrimonio poligamico, celebrato secondo il loro rito, producesse effetti civili: i funzionari della Presidenza del Consiglio obiettarono naturalmente che l’eventuale Legge con cui sarebbe stata approvata l’Intesa andava inevitabilmente incontro ad una bocciatura da parte della Consulta in quanto lesiva del principio costituzionale di eguaglianza dei cittadini a prescindere – tra l’altro – dal sesso.
Per applicare coerentemente tale principio, occorrerebbe però rivedere le “Preleggi” del Codice Civile.

In realtà, una via di uscita ci sarebbe, dato che la norma straniera richiamata dall’ordinamento italiano non può essere applicata quando essa disponga in contrasto con l’Ordine Pubblico (che è tutt’altra cosa dalla Pubblica Sicurezza).
L’Ordine Pubblico è definito come l’insieme dei principi su cui si fonda la pacifica coesistenza dei consociati, la cui tutela origina la necessità di instaurare lo stesso ordinamento giuridico.
Possiamo dunque espellere, in base a questo criterio, le mogli sposate con matrimonio poligamico?
E’ interessante notare come la sentenza della Giurisdizione Amministrativa francese non abbia fatto ricorso a questo argomento.

Per quale motivo?
Perché il concetto di Ordine Pubblico non è stabilito una volta per tutte, ma evolve con il mutare delle condizioni sociali.
Lo stesso avviene – in ambito penale – con il “comune senso del pudore”: un tempo costituiva reato esibire un seno nudo in un cartellone pubblicitario, oggi non più.
In buona sostanza, il fatto che non ci si scandalizzi se il collega o il conoscente musulmano pratica la poligamia produce delle conseguenze in ambito giuridico: non sulla lettera delle norme, ma sulla possibilità di applicarle.
Se la poligamia non si considera più lesiva dell’Ordine Pubblico, lo si deve però in sostanza al fatto che il numero di Musulmani residenti in Europa Occidentale è aumentato enormemente, mutando in loro favore il rapporto di forze.
Ci spieghiamo così che cosa c’entra tutto questo con la presenza dei Sauditi nel capitale – e nel Consiglio di Amministrazione – della Scala.

La convivenza tra le diverse identità tende inesorabilmente a produrre una evoluzione nella definizione del principio di eguaglianza, riferendolo non più alle persone, bensì alle diverse comunità comunità, alle diverse identità collettive.
Ha dunque pienamente ragione Gabriele Albertini quando parla di un passaggio, a nostro avviso inevitabile, dal “diritto delle differenze” alla “differenza dei diritti”.
Questo è già successo in Gran Bretagna.

Le parti di una controversia civile possono accordarsi per farla decidere mediante un arbitrato.
Tra i soggetti autorizzati a pronunziarlo, in Inghilterra sono state inserite le Corti Islamiche, che naturalmente applicano il loro precetto religioso.
In base al quale, per esempio, un figlio maschio ed una figlia femmina non hanno diritto alla stessa quota di eredità.
Dove va a finire il principio di eguaglianza?
Risulta chiaro che esso è sempre più spesso riferito alle comunità, e non più alle persone fisiche.
Il tradizionale pragmatismo inglese ha già permesso di prendere atto di tale evoluzione, mentre noi Europei Continentali facciamo ancora finta che valga sempre il vecchio criterio.

Salvo, naturalmente, disapplicarlo quando paghiamo gli assegni familiari per le quattro mogli del residente musulmano, cui abbiamo precedentemente esteso il Permesso di Soggiorno.
Quale norma vieta ad uno straniero di finanziare un soggetto di Diritto italiano?
Nessuna, naturalmente.
Quale norma vieta ad uno straniero di fare parte di un Consiglio di Amministrazione?
Anche in questo caso, nessuna.

Vale dunque, per dare fondamento alla pretesa di escludere nell’uno e nell’altro casso li stranieri, un criterio esclusivamente politico.
“Il mitico Avvocato Agnelli – ricorda Allbertini – simbolo dell’imprenditoria nazionale, non aveva chiamato i libici di Gheddafi nel Consiglio di Amministrazione della FIAT”.

Nel caso specifico, si nutre però il timore che i Sauditi proibiscano, per esempio, l’esibizione congiunta di ballerini e ballerine di danza classica.
In questo caso, la nostra difesa non sarebbe però tanto costituita dalla Legge, quanto piuttosto dal rapporto di forze.

Gianni Agnelli, poco dopo l’ingresso del capitale libico nella FIAT, licenziò il direttore della Stampa, Arrigo Levi: colpevole – insinuarono le male lingue di essere sgradito a Geddafi in quanto israelita.
L’Avvocato Agnelli smentì sdegnosamente ogni insinuazione al riguardo, ma quanto determinato dal rapporto di forze va ben oltre gli effetti dei veti e delle pressioni dirette.

Quante volte, in Occidente, non si è permesso ai dissidenti dalle varie dittature e “democature” di ispirazione ideologica o religiosa?
Tanto per fare un esempio, il Dalai Lama ha dovuto restringere il raggio dei suoi contatti e delle sue presenze quanto più si è affermata l’influenza economica della Cina.

Un tempo, questo “leader” religioso era di casa in Vaticano: adesso pare che il Papa abbia rinunziato a riceverlo come prezzo da pagare per l’accordo con Pechino sulla nomina dei Vescovi.
Albertini dice comunque di sperare che le future “tournées” della Scala “in partibus infidelium” possano fare evolvere i costumi locali.
Questa è una illusione: chi ha lavorato all’estero, confrontandosi con certi regimi, sa benissimo non solo quanto vi sia limitata la libertà di espressione, ma soprattutto quanto influisca su tale condizione – più ancora delle norme di legge – la tendenza a racchiudersi nella propria identità.

Quella religiosa propria dei Musulmani risulta oggi – considerando il mondo nel suo insieme – molto più forte di quella non tanto dei Cristiano, quanto dell’insieme dell’Occidente.
Ben vengano dunque i soldi dei Sauditi alla Scala – in questo ha indubbiamente ragione Albertini – ma dipenderà soltanto da noi impedire che il Principe Ereditario – oltre a garantirsi la presenza degli artisti in Arabia Saudita – acquisti una influenza tale da indebolire la nostra identità culturale.
Noi non siamo confessionalisti, e quindi ci asteniamo dall’impiegare ogni argomento di ordine religioso nel dibattito civile.
Per una volta, eccezionalmente, ci sia permesso di farne uso.
Bisognerà dire al Principe Salman: ”Altezza Reale, non possiamo venderle la coscienza: la coscienza è di Dio”.

Mario Castellano

L’articolo Dal Mediterraneo alla Scala. L’ipotesi dei sauditi non piace a nessuno (di C. Meier) proviene da FarodiRoma.

 

Mia Immagine

Richiedi informazioni per finanziamenti e agevolazioni

Mia Immagine

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: