Il Pd e l’indegna torta genovese del premier Conte

 

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All’interno del Pd genovese si discute costantemente sull’emergenza della ricostruzione del Ponte Morandi. Nelle ultime ore, come ha pubblicato la parlamentare Raffaella Paita sul proprio profilo facebook, alcuni esponenti locali e non solo, sono rimasti sorpresi dallo ‘scivolone’ commesso recentemente dal Premier Conte, il quale è stato ripreso dai media mentre in compagnia di rappresentati cittadini e non, tagliava una torta a forma di ponte. Sul profilo social dell’esponente dei Dem si evidenzia: “La foto di Giuseppe Conte che taglia una torta a forma di ponte è una indecenza che offende i parenti delle vittime e l’intera città di Genova, che ogni giorno si trova a lottare con le difficoltà create dal crollo del ponte Morandi. Altro che torta!
Le torte si tagliano per festeggiare un evento lieto.
Qual è l’evento che Conte ha inteso festeggiare con il suo indegno taglio della torta? Ce lo spieghi. Gli ricordiamo che sul ponte vero, non di marzapane, sono morte 43 persone, che la città è in ginocchio per l’interruzione della viabilità creata dal crollo e che, grazie alle bizze e all’incompetenza del suo ministro Toninelli, i lavori per la ricostruzione non sono ancora partiti. La foto di Conte è la dimostrazione del livello di cinismo e disumanità a cui può arrivare la politica quando è ridotta a puro strumento di propaganda. A forza di slogan, Conte ha perso il contatto con la realtà. Si scusi immediatamente”.

Intanto, attenendoci al tema della ricostruzione, in città iniziano a serpeggiare diversi dubbi sulle effettive reali tempistiche richieste per la messa in opera del nuovo ponte. Proprio ieri, anche il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in merito, nel quale si argomentava che: “Nel Ponte Morandi c’è l’amianto. E tutti lo hanno sempre saputo, perché nel 1962, quando iniziò la costruzione del viadotto sul Polcevera, quel materiale e il mortale polverino che sprigiona erano considerati una mano santa dell’edilizia italiana e mondiale. Nonostante gli annunci ottimistici e gli inni alla gioia della ricostruzione immediata, con consegna della nuova infrastruttura a fine 2019, massimo primavera del 2020, l’abbattimento dei resti di un gigante da cinquantamila metri cubi di calcestruzzo e cinquemila tonnellate di acciaio rimane un’impresa esposta al vento dell’imprevisto. L’esplosivo, panacea di ogni male per abbattere le pile superstiti, non si può usare. La prima doveva essere la numero 8, verso ponente, affacciata su capannoni abbandonati e alta 45 metri, ovvero il livello della carreggiata. Dopo sarebbe toccato alle pile 10 e 11, prossime all’uscita del casello di Genova Ovest verso i terminal del porto, che incombono sulle case destinate all’abbattimento, sulla zona rossa e su quella gialla. E per loro non esiste neppure un piano B senza la dinamite. Perché hanno entrambe gli stralli, e raggiungono i 90 metri di altezza. L’ipotesi più ottimistica in caso di smontaggio meccanico prevede uno slittamento dei lavori di almeno altri 8 mesi, ma qualcuno nella struttura commissariale sussurra che ci vorrebbe un anno, oltre a un’impennata dei costi che farebbero lievitare i 19 milioni di euro previsti dal piano approvato da Bucci”.
Genova e la Liguria attendono, ma la sfida contro il tempo per la ricostruzione mostra già adesso delle serie difficoltà. E’ facile prevederne uno spostamento temporale. Bucci lo teme. Se così fosse, la sua poltrona di Sindaco non sarebbe più intoccabile, e all’interno del Centrodestra cittadino si aprirebbe una nuova fase, per identificare un suo possibile erede.

Christian Meier

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