Il punto di contatto tra il killer delle Moschee e Luca Traini esiste e si chiama Salvini, che lui lo voglia o meno (di M. Castellano)

 

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Se fossimo cultori delle teorie “complottiste”, come i personaggi magistralmente descritti da Umberto Eco, avremmo già colto un nesso tra la strage di fedeli Musulmani perpetrata nella lontana Nuova Zelanda e l’improvvisa quanto inattesa recrudescenza delle violenze inscenate a Parigi dai “Gilet Gialli”.
La “Ville Lumière” costituisce certamente il miglior palcoscenico mondiale, per cui è sufficiente un “sampietrino” scagliato contro le vetrine dei Campi Elisi o un cassonetto della spazzatura incendiato nel Sedicesimo Circondario per “fare notizia” sui mezzi di comunicazioni di tutti i Paesi quanto un massacro consumato esattamente agli antipodi dell’Europa.

La Nuova Zelanda, Nazione dei pacifici Maori, armoniosamente conviventi con gli immigrati fuggiti dal Galles quando le verdi contrade di questa terra celtica cominciarono ad annerirsi per il carbone estratto dalle sue miniere, decisi a perpetuare altrove la loro bucolica esistenza contadina, era fino a ieri uno dei luoghi più tranquilli del mondo.
Né la presenza di una comunità islamica, non certo composta da fanatici religiosi, era valsa a scalfire tale condizione.
I Musulmani neozelandesi erano comunque ben al di sotto di quella percentuale di presenze che – in base ai risultati delle ricerche sociologiche – fa scattare un riflesso condizionato di ostilità razzistica nei confronti di chi viene percepito come diverso ed estraneo.

Il precedente che si può più appropriatamente richiamare a proposito dell’attentato di Christ Church è costituito dal gesto criminale ancora più sanguinoso perpetrato ad Oslo da un fanatico neonazista, il quale – data la scarsità di Musulmani presenti sul posto – rivolse la propria furia omicida contro i Socialisti, da lui ritenuti fautori dell’immigrazione, e dunque della contaminazione di una supposta purezza etnica del popolo norvegese.

Da ciò si deduce senza tema di errore che simili azioni non sono necessariamente originate dalle difficoltà della convivenza in una società multi etnica o da un odio razziale che trae le proprie motivazioni dal confronto quotidiano con gente di fede e di cultura diversa: Christ Church, nota fino a ieri soltanto come base di partenza delle spedizioni antartiche, non è certamente né Londra, né Parigi, né Marsiglia, e neppure Nizza.
D’altronde neanche Macerata, benché ci sia capitato di incontrarvi qualche africano, si può lontanamente comparare con le grandi metropoli dell’Europa Occidentale, eppure la tranquilla città delle Marche è stata lo scenario scelto da Traini per il suo delinquenziale gesto razzistico.

Naturalmente gli xenofobi – a cominciare da Salvini – prenderanno ancora una volta le distanze, magari improvvisando – come già fecero con lo sparatore leghista di Corridonia – una diagnosi di malattia mentale.
Gli autori di simili gesti sono invece normalmente tutt’altro che dei pazzi.
I personaggi come il “Capitano” – anche se non possono essere considerati corresponsabili dei criminali sul piano penale – lo sono tuttavia dal punto di vista morale, e soprattutto politico.
Costoro – abusando dell’autorità loro conferita – hanno infatti dichiarato una guerra, ed una volta iniziato un conflitto non valgono più le regole che normalmente disciplinano la convivenza civile.
Non a caso si dice proverbialmente che “à la guerre comme à la guerre”.

Si tratta per giunta, in questo caso, di una guerra civile, in cui non valgono nemmeno le regole di ingaggio stabilite per i militari nei conflitti tra eserciti regolari.
Si obietterà che a dare inizio alla violenza siano stati gli attentati perpetrati in Europa Occidentale e nell’America Settentrionale dagli estremisti islamici.
Ciò risulta indubbio se si prende in considerazione la successione cronologica degli eventi.
Sta tuttavia ai reggitori della Cosa Pubblica dichiarare aperte le ostilità, e stabilire chi è il nemico.

Si possono naturalmente criticare per la loro ambiguità certe autorità religiose dell’Islam europeo, ma quanto meno esse non hanno mai espressamente additato come nemici ai propri seguaci i fedeli di altre religioni.
La propaganda dei Leghisti italiani e dei seguaci francesi della Le Pen si basa invece su questa asserzione.
Una volta individuato il nemico, la guerra si può considerare inevitabilmente dichiarata.
E’ infatti l’esistenza stessa di un nemico a causare un conflitto, e non viceversa.

A questo punto – chi, come noi, ha vissuto l’esperienza della guerra lo ha imparato a sue spese – si determina un rovesciamento dei criteri morali, tale che non si considera più come il migliore chi più e meglio aiuta gli altri a vivere, bensì chi più ne uccide.
Noi abbiamo già varcato da tempo questa soglia, anche se abbiamo fino ad ora rifiutato, e rifiuteremo ancora per qualche tempo, – di rendercene conto e di prenderne atto.

Salvini propugna – purtroppo con successo – un cambiamento nelle norme penali che definiscono la legittima difesa, tale da far venire meno il principio della proporzionalità tra il bene che viene leso e quello che viene minacciato.
Questo, però, è precisamente il criterio che vale per i militari in tempo di guerra, non per i civili in tempo di pace.
In un conflitto, non si deve attendere che il nemico ci aggredisca per ucciderlo: bisogna ammazzarlo solo in quanto si tratta del nemico.

Al di là dei nuovi contenuti delle norme penali, Salvini ha espresso pubblicamente la propria approvazione sul piano civile e morale ad un individuo resosi responsabile di un omicidio senza che i suoi stessi difensori potessero invocare la legittima difesa.
Questo individuo sarebbe stato inoltre condannato anche se fosse stata in vigore la nuova definizione di questo istituto giuridico.

Qualora malauguratamente si verificasse in Italia un fatto simile a quello avvenuto in Nuova Zelanda, il “Capitano” potrebbe scindere la sua valutazione giuridica da quella morale, dissociandosi sul piano del Diritto ma approvando su quello politico l’azione dei criminali?
E’ quanto esattamente egli ha fatto visitando in carcere un assassino per manifestargli la propria solidarietà.
Si diceva, all’inizio, dei “Gilet Gialli”: l’intenzione dichiarata da quegli stessi loro dirigenti cui gli esponenti del Governo italiano hanno reso recentemente un pubblico omaggio consiste nel provocare una guerra civile e/o un colpo di Stato militare, nello stile del 18 Brumaio.

Quanti si propongono un simile scopo considerano la propria azione come un detonatore, confidando che l’esplosivo sia costituito dalla situazione sociale.
Tale era il progetto concepito dai terroristi delle Brigate Rosse.
L’errore che per fortuna essi commisero consisteva nell’assenza di una condizione del Paese corrispondente con le loro analisi e propizia per le loro intenzioni.
Il merito del fallimento degli aspiranti eversori fu però soprattutto dei Partiti politici della Sinistra: i quali si mantennero fedeli al principio per cui – fino a quando esistono le condizioni che permettono di agire nell’ambito della legalità – non se ne deve mai uscire.

Oggi, però, Salvini afferma l’esatto contrario, anche se lo fa in modo subdolo, non giustificando apertamente i vari Traini (che comunque è un suo sodale) ma spostando continuamente i limiti della legalità.
Ne consegue che i violenti possono svolgere questo ragionamento: “Quanto sto facendo costituisce ancora un reato, ma ben presto non lo sarà più, quindi verrò assolto, e comunque alla fine della guerra ci sarà un’amnistia”.
Ciò significa che il “Capitano” ha messo nella testa dei suoi seguaci che una guerra civile è inevitabile, e i Leghisti si comportano come se fosse già dichiarata. Una prospettiva inquietante.

Mario Castellano

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