L’operaio iscritto alla Fiom vota Salvini: lo strano fenomeno e i suoi significati

 

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E’ noto, tra i sondaggisti e non solo, che a Bergamo e provincia – e non solo – circa il 30% dei lavoratori iscritti al sindacato più conflittuale che più non si potrebbe, la FIOM, vota Lega. Come a dire: in quanto lavoratore, affido a Landini – oggi a Francesca Re David – la difesa dei miei interessi, in quanto cittadino mi consegno a Salvini. Il 4 marzo 2018, artigiani, lavoratori, dipendenti pubblici, pensionati hanno votato in numero crescente la Lega.

Qual è la spiegazione di questa “schizofrenia”? La sinistra ne fornisce due. La prima è quella famosa di D’Alema: la Lega è una costola della sinistra. Anche se, da qualche tempo, le radiografie della sinistra hanno rivelato un’altra costola, quella del M5S. La seconda è quella autocritica: abbiamo abbandonato/tradito i lavoratori.

La sinistra spiega il fenomeno in due modi

Certo, la faccenda è seria. Come è possibile che il “citoyen” e il “prolétaire” prendano strade così clamorosamente divergenti? Marx, nell’Introduzione a “Per la Critica della Filosofia del Diritto di Hegel” (Annali franco-tedeschi, febbraio 1844), già aveva segnalato una scissione, quella tra “citoyen” e “bourgeois”. Sotto la maschera del cittadino, scriveva Marx, è nascosto il volto florido e grifagno del “borghese”. Ma oggi un Marx redivivo resterebbe sorpreso, se sotto la maschera del cittadino-che-vota-Lega scoprisse non un borghese, ma un lavoratore dipendente! Non essendo politically correct dare la colpa all’ignoranza del proletario elettore o, come Lenin, alle tendenze spontaneamente tradeunioniste dei lavoratori, non resta altro alla sinistra che fare autocritica per avere abbandonato i corposi e immediati interessi del “prolétaire” per inseguire il mito interclassista e puramente formalista del “citoyen”.

Marx aveva proposto una soluzione: affidare al proletariato la missione storica di fondare una nuova cittadinanza dentro il nuovo Stato della dittatura del proletariato. Dopo congrua durata di tale periodo – il socialismo – si sarebbe dischiuso il tempo di una cittadinanza universale per tutti gli esseri umani, quello del comunismo. La storia ha macinato i progetti di Marx, ma si dà il caso che il tempo della globalizzazione proponga la sfida dell’uomo-cittadino esattamente quale orizzonte.

La sinistra commette due errori

A questo proposito, la sinistra è vittima di due errori speculari, ciascuno dei quali fonda circolarmente l’altro. Il primo: continua ad usare la categoria socio-politica di “classe sociale”: il secondo: non ha ancora preso sul serio la categoria di “cittadinanza“. Come se il cittadino fosse solo il predicato del lavoratore, non il soggetto.

Le due prime fasi della Rivoluzione industriale hanno definitivamente fatto emergere le classi sociali, al posto dei vecchi ceti o stati (gli Stände), così che “il terzo stato” si è trasformato nella borghesia e il “quarto stato” in proletariato. Le due fasi successive, tuttavia, l’ultima in particolare, hanno scomposto e frammentato le classi. Che non sono mai stati puri aggregati sociali “in sé”, sempre per cinguettare con il vocabolario hegelo-marxiano; erano classi, proprio perché “per sé”, cioé dotate di coscienza di classe e di auto-rappresentanza politica. Ed è proprio questa “coscienza di classe” che si è dissolta.

Per quanto riguarda i lavoratori, non c’è più traccia nella loro coscienza della “funzione nazionale della classe operaia” e pertanto del loro ruolo politico in quanto lavoratori. Ai quali è rimasta una coscienza “corporativa”, “tradeunionistica”. Se, ancora nel 1974, Paolo Sylos Labini poteva pubblicare un “Saggio sulle classi sociali” e nel 1986 “Le classi sociali negli anni ‘80”, già allora anche a lui appariva chiaro che non la lotta di classe, ma il processo di democratizzazione come “ricerca crescente di libertà e di una tendenziale eguaglianza” era divenuto la dominante della dinamica politica.

Non internazionalismo di classe ma di cittadinanza

La globalizzazione ha non soltanto spacchettato le classi, ma ha anche fatto intravedere un orizzonte della cittadinanza su scala planetaria. Essere “cittadini” ed essere “umani” tende a coincidere, nel senso che i diritti umani si realizzano nei diritti civili e politici. Il nucleo universale di umanità che ciascun individuo, pur immerso in rapporti di oppressione, di sfruttamento, di ingiustizia, custodisce e nasconde – che Marx chiamava l’uomo omnilaterale, di cui affidava la realizzazione al proletariato – oggi è posto in primo piano nella coscienza politica di miliardi di persone. Posta come orizzonte e come idea regolativa, non certo come risultato. Dunque, non più l’internazionalismo di classe, ma quello della cittadinanza. Cittadini di tutto il mondo unitevi! La cittadinanza è interclassista, parla alle persone, prima che ai ceti.

Questo non significa dissolvere nei cieli dell’astrazione politica le questioni dure della produzione e dell’economia. Perché la persona è la principale forza produttiva motrice dell’economia e il lavoro è la modalità fondamentale di incarnazione effettiva dell’uomo su questa terra. Senza lavoro non si realizza né l’uomo né il cittadino. Non la classe lavoratrice, ma ogni individuo ha una funzione nazionale e globale. La persona concreta diventa la misura di tutti gli interessi, compresi quelli associati, spesso corporativi. Passare al vaglio di questo filtro le politiche economiche, sociali, assistenziali porta a programmi diversi da quelli finora promossi dalla sinistra. Basterà un solo esempio, ormai drammatico, quello della Scuola/Università. Continuare a trattare la questione dal punto di vista della categoria dei “lavoratori della conoscenza” – gli addetti – ha fatto fallire la principale fabbrica di forze produttive e di cittadinanza del Paese.

La destra di Salvini e le (possibili) alternative della sinistra

La Nuova destra di Salvini non è più la destra della borghesia, dei padroni delle ferriere, degli sfruttatori, non è la destra dei ricchi e privilegiati, non è la destra di Amazon, di Google, della grande finanza. E’ una destra popolare, di massa, di operai, impiegati, contadini. Non è la destra di “Dio, Patria e Famiglia”. I suoi leader non credono in Dio. Quanto alla Patria, gli Italiani non ci hanno mai veramente creduto, se non sul Carso e nel Ventennio. E la Famiglia? I leader della Nuova destra la amano così tanto da averne almeno due o tre. E’ una destra della “cittadinanza nazionale”, della “cittadinanza sovranista”, della “cittadinanza escludente”. Una destra che ha paura del disordine mondiale. E’ protezionista, come già lo furono la Sinistra storica e Francesco Crispi, di fronte alla globalizzazione imperialistica di fine ‘800. Una destra corporativa ed assistenziale. Non è né liberale né liberista.

Non perciò si può definire fascista o razzista, se non per frange marginali, ancorché pericolose e violente. Ne consegue, per esempio, che grandi manifestazioni di piazza contro il razzismo non sono in grado di scalfire quel blocco. Ciò che caratterizza questa destra è la sua visione geopolitica, il suo sguardo sul mondo. E’ la destra dell’America di Trump, che vuole vendere cara la propria pelle. E poiché, a partire dallo sguardo sul pianeta, si costituiscono oggi la coscienza politica delle persone, l’interpretazione della propria posizione sociale e le previsioni del proprio futuro – e votano di conseguenza – allora qui sta la sfida della sinistra.

Che farà bene, invece che inventarsi i falsi bersagli del liberismo selvaggio e del fascismo/razzismo, a fornire una visione alternativa convincente e delle proposte concrete di un nuovo ordine mondiale, di una nuova Europa, di sue istituzioni di rappresentanza e di governo, nel cui ambito si possa essere Italiani ed Europei. Nei preziosi giacimenti del socialismo liberale e del personalismo cristiano si possono trovare le risorse ideologiche necessarie.

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