Sequestro beni Ciancio: per il Pg ”intrattenne rapporti decennali con Cosa Nostra”

 

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Mario Ciancio Sanfilippo ha “intrattenuto per decenni stretti rapporti con Cosa Nostra”. Sono queste le durissime parole pronunciate dalla procuratrice generale Miriam Cantone, durante la prima udienza della requisitoria per la maxi confisca (di 150 milioni di euro) disposta lo scorso settembre ai danni dell’ex direttore del quotidiano La Sicilia. Un’udienza durata oltre quattro ore, dove la pg Cantone ha ripercorso, passo dopo passo, i passaggi chiave che hanno portato l’imprenditore Mario Ciancio Sanfilippo alla ribalta.

Ciancio Sanfilippo ha preso le redini del quotidiano “La Sicilia” nel lontano 1976 assumendone ininterrottamente la dirigenza per 42 lunghi anni fino al 2018, anno del suo arresto. Decenni nel corso dei quali l’ex direttore, secondo il Pg, che nel frattempo avrebbe mantenuto rapporti con Cosa Nostra catanese come ritiene l’accusa del processo a suo carico per concorso esterno con la mafia, “piegava la linea del giornale ai suoi interessi". Un esempio di tale comportamento è stato raccontato durante l’udienza dalla pg Cantone ed era riferita alla mancata pubblicazione del necrologio per la morte del commissario Beppe Montana e al messaggio in cui si rinnovava “ogni disprezzo alla mafia e ai suoi anonimi sostenitori”. Episodio, questo, definito dall’accusa “come un caso di vera e propria censura”. Sempre secondo la procura generale, mentre il quotidiano sotto la dirigenza di Ciancio Sanfilippo "non dava risalto a certe cose”, con altre invece la linea editoriale sarebbe stata diversa.

In particolare quando di mezzo ci sarebbero stati alcuni esponenti della famiglia mafiosa etnea dei Santapaola-Ercolano. Riferendosi a una missiva del boss Nitto Santapaola, “in cui perdonava chi aveva ucciso sua moglie Carmela Minniti”, e a quella del figlio Vincenzo. Reo di essere stato in grado di farsi pubblicare una lettera, senza alcuna autorizzazione del tribunale, mentre si trovava sottoposto al regime del carcere duro. La ricostruzione della procuratrice Miriam Cantone, tenutasi davanti alla giudice di corte d’Appello Dorotea Quartararo, affiancata da Antongiulio Maggiore e Antonino Marcello, non ha lasciato, così, spazio a fraintendimenti. Nel corso delle indagini i giudici hanno potuto fare affidamento su "12 collaboratori di giustizia tutti credibili e coerenti. Oltre a essere provenienti da diverse province della Sicilia”.

Tra questi, l’ultimo a parlare dell’ex direttore de La Sicilia è stato Francesco Squillaci, ex killer di Cosa Nostra. L’uomo aveva riferito cinque anni fa, quando ancora non si era pentito, in mezzo ad alcune dichiarazioni messe a verbale già nel 2014, di un falso attentato organizzato all’interno di una villa di Mario Ciancio Sanfilippo, nel quartiere Canalicchio a Catania. “Tutti fatti riscontrati. Come si può vedere dagli accertamenti tecnici fatti all’epoca dei fatti”, ha precisato Cantone.

Durante l’udienza, alla quale l’imputato non si è presentato (presenti invece erano gli avvocati Carmelo Peluso e Francesco Colotti), la procuratrice Cantone si è anche espressa su Salvatore Urso, ex parlamentare democristiano. Urso, che in passato è stato il primo cittadino di Aci Sant’Antonio (Catania), sarebbe l’uomo che avrebbe venduto a Ciancio i terreni sui quali si sarebbe dovuto costruire il villaggio Xirumi per i soldati americani. Un progetto che non ha mai visto la luce ma è comunque finito sia al centro del processo Ciancio, che in quello contro l’ex presidente della Sicilia Raffaele Lombardo. Inoltre “il nome di Urso compare anche nelle carte del processo a Giulio Andreotti. Per la sua presenza a un incontro che quest’ultimo avrebbe avuto all’hotel Nettuno con Nitto Santapaola”, come ha sottolineato Cantone. La requisitoria continuerà il prossimo 26 marzo con l’intervento del Pm Antonino Fanara.

 

Da Antimafiaduemila 

 

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