Buchi neri

 

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Una macchia colora questa giornata, la nostalgia di tempi mai vissuti. Saranno le parole tramandate, i racconti, la forza dell’immaginazione, della memoria viva, fertile, della consapevolezza delle proprie origini. Ma com’è possibile provare nostalgia per qualcosa di non vissuto? E’ forse più simile a ciò che viene definito come malinconia. Allora, è qualcosa che sento di dover ancora vivere?

Nell’orizzonte mai rovesciato che separa con le sue sfumature queste due sensazioni, abbiamo imparato a vivere, forse rassegnati. Pochi scontri cruenti, poca rabbia, solo nostalgia e malinconia. La mia generazione, la parte della mia generazione consapevole e curiosa, quella non affogata in serie tv, falsi bisogni e consumo di tempo esasperato, sta scontando la pena del sogno mai realizzato. La sensibilità e l’agio diminuiscono la rabbia o non la canalizzano in una violenza liberatrice. Intimoriti dalla perdita di qualcosa di indefinito, di una coperta pronta a scaldarci al posto del freddo  di una scelta. Non abbiamo imparato a scaldarci di parole e sogni, non abbastanza. Oppure  è assuefazione per uno spazio mai conquistato, veramente, in maniera collettiva? Eppure 20mila processi negli ultimi anni dovrebbero bastare.

Si lavora di più, si lavora con meno fatica, ma il tempo è sottratto, e la scia delle mattanze riempie le nostre menti. Il vuoto dell’assenza di complicità ci tormenta, gela il passo, cementifica. Le tasche piangono come l’accetta dietro la nuca che a fine mese cadenza il tempo, lo segmenta. Uccidono i riti e ne fondano altri.

Cosa si aspetta? Che il futuro promesso tra mutui e pace ci inondi, come i depliant degli sconti del centro commerciale intasa la buca delle lettere? Le nostre vite tra polveri sottili e fumi densi, tra il rumore della produzione e il vociare dell’ultima vacanza in un villaggio turistico disturbano il nostro sogno, quando stanchi rientriamo la sera. E chi da dietro le sbarre aspetta? Cosa diremo che le carceri ora sono nell’impossibilità di agire? Ci crederanno?

A furia di ingurgitare risposte all’alcol bulimico e ai canali sensoriali aperti dalle droghe ci si aspetta che un lampo di genio ci faccia diventare ricchi. Più ricchi degli altri, mentre le siringhe tornano a decorare i muri delle città?

Inventare il comune, il tempo e il nostro esprimerlo. La certezza del pane che si regge sulla devastazione di altre vite, invisibili. Abbiamo bisogno di un abbraccio, che ridia la forza di sporcarci insieme, mani sporche, come le schede personali in questura e negli archivi di Stato, neuroni fumanti, incendiari. Puzziamo di pulito e moriremo di sicurezza, se nemmeno per un istante non proviamo a pensare di rovesciare “ l’orizzonte degli eventi”.

Renato Turturro

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