FCE20 – “Non fidatevi così facilmente del regista”. Masterclass con Aleksandr Sokurov

 

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Il Festival del Cinema Europeo è un vero tripudio di emozioni ed eccitazione. A Lecce, per l’appunto, una giornata è stata destinata interamente a celebrare il grande maestro russo del cinema, Aleksandr Sokurov, qui presente nella veste di “Protagonista del Cinema Europeo” dell’edizione numero venti. Il cineasta è stato accolto presso il Multisala Massimo con grande calore da parte di pubblico e addetti ai lavori, qui riuniti per lui e accomunati dalla profonda stima nei confronti di uno dei più importanti registi viventi. Ad accogliere Sokurov il direttore del Festival, Alberto La Monica, insieme ad Antonio Parente, direttore generale della Fondazione Apulia Film Commission; con loro, sul palco, anche Massimo Causo e Aliona Schumakova, i quali hanno moderato l’incontro con il regista.

La masterclass inizia prendendo spunto da un testo scritto da Sokurov nel 2009, dal titolo Nel centro dell’oceano (Bompiani), opera “in parole” che sembra condensare lucidamente la riflessione estetica che il maestro ha portato avanti – nel cinema, sua arte privilegiata – nel corso della sua folgorante carriera. La prima questione sollevata durante l’incontro si rivolge al ruolo dell’uomo, colui che sa essere – in una duplice dinamica – grande e mediocre al contempo, “finito nella sua finitezza” (Causo), sempre irrimediabilmente diviso per Sokurov tra Storia, natura e spiritualità. Al regista, che ha dedicato ben quarant’anni di carriera alla figura umana, si chiede dunque un parere sull’eventuale cambiamento della dimensione dell’uomo e cosa rimanga dell’”umano” in sé in questo tempo: «Per discutere di nozioni di questo spessore, occorre avere un sostegno alle spalle, il mio è l’Europa (con “padrino di battesimo” Marco Müller), non sempre quella contemporanea ma anche quella classica, che ci ha reso ciò che siamo. Per rispondere semplicemente, direi che in questi anni è cambiato il carattere dell’uomo, qualcosa con cui già si nasce dapprincipio. Il carattere umano è l’enigma vero! Potremmo affermare che tra imperatore e semplice contadino non vi sia differenza, almeno al livello della formazione dell’uomo: l’imperatore può punire il suddito come il contadino fa con il cavallo, non c’è differenza nel modo in cui si manifesta il carattere. Spesso le grandi decisioni sono dimostrazioni del carattere stesso e non della ragione (per esempio, le decisioni degli uomini al potere); spesso il caos storico è un segno della spaventosa ingovernabilità del carattere. Quando si sceglie un presidente, ad esempio, nessuno presta attenzione al lato caratteriale della persona, che è invece la cosa più importante da considerare».

Sokurov si presta poi ad analizzare un “carattere” umano in particolare, ossia la figura dell’artista, colui che è baciato dal talento e che, con la sua opera, compartecipa direttamente alla costruzione del mondo come, forse, della sua salvezza: «Il genio e il male non sono incompatibili: il diavolo stesso è geniale e conosce in verticale la profondità della vita e caduta umane, quindi sperare che l’arte possa aiutare a far uscire l’uomo dalla difficoltà, è cosa difficile! Cosa rimane nelle rovine della Storia, cosa ricaveremo da queste? Solo le schegge sopravvissute della cultura. La cultura è l’unica cosa che non ci abbandonerà mai!». Ma l’arte tout court si scontra presto con il concetto fondamentale di canone, e di una possibile via di fuga che la riporti alla libertà espressiva. Sokurov sembra scettico a riguardo, e si schiera decisamente dalla parte del vissuto reale umano, mettendo in guardia soprattutto lo spettatore cinematografico, sempre potenzialmente vittima della visione veicolata dal regista: «La mancanza di canoni nella cultura contemporanea porta a un notevole danno, perché la libertà in arte è già di per sé un concetto molto discutibile: esiste solo l’uomo con i suoi pensieri che, basandosi sul proprio vissuto, apporta qualcosa di nuovo, un accento personale nei cerchi dell’esistenza. Oggi, in particolare, non esiste un canone – inteso come sistema di limiti – nemmeno in politica e questo può non essere sempre positivo. Il canone in cultura, poi, è un concetto difficile: esso cancella la libertà d’espressione in arte…Per esempio, il cinema è un’arte pericolosa, come ogni arte visuale che si sviluppi nel tempo, poiché cerca di cancellare la letteratura, la quale invece non impone nulla al lettore, lasciandolo libero come essere umano pensante. Nella letteratura lo scrittore non dice mai la cosa più importante, nel cinema il regista dice tutto e butta sullo schermo tutto ciò che ha. Io direi che il cinema è stato “un regalo” al totalitarismo, un supporto ai regimi quando arrivavano a maturazione. Il cinema fa la stessa cosa del dittatore: dice al pubblico “masticate, consumate senza pensare, pagate, e poi andatevene!”».

Tornando a discutere della filmografia del maestro russo, si affronta presto il tema fondamentale del tempo che attraversa i suoi film come una sorta di fenomeno inesorabile fuori dalla portata dell’uomo, qualcosa che lo schiaccia dall’esterno e lo rende succube, eppure sempre rappresentato come fosse una dimensione interiore, quasi “intima” (in riferimento alla “tetralogia del potere”). Sokurov affronta la questione temporale prendendo a modello le sue “arci-persone”, i suoi eroi filmici così distanti dai comuni esseri umani e così schiacciati dal loro stesso potere: «Più in alto si arrampica nel potere la persona, e più in giù scende la sua qualità personale, la quale viene “mangiata” dalla società. Ogni potente non è altro che lo specchio di milioni di volti, cosicché non è più in grado di riconoscere se stesso. L’intensità delle vite di queste persone è “disumana”, non possiamo nemmeno immaginare il buco nero dell’anima di chi sta al potere. Pensate all’intensità di vita vissuta da Putin, o da Mussolini oppure Hitler e Stalin, figura unica: tutti loro hanno avuto la sfortuna del tempo, troppe persone forti accanto a loro e tutte ingovernabili. Nessuna figura al potere riesce a stare al passo col tempo: Verdi può scrivere un’opera che esisterà per sempre; El Greco può fondare una ricerca estetica nella pittura; Dante può dipingere figure che lo sopravvivranno per secoli, ma nessun personaggio storico al potere può avanzare il suo tempo né predire dove andrà questo “soffice animale”. L’imprevedibilità del processo storico è stata la tragedia del nostro vecchio mondo».

Ricollegandosi al tema centrale del canone artistico, Sokurov invita i giovani registi esordienti a prestare attenzione al potere che può essere veicolato attraverso l’immagine filmica – perché, in fondo, l’arte partecipa alla proliferazione del male – , sposando l’idea della delicatezza artistica, della nobiltà e della pazienza, proprio come nelle sue opere e per molti dei suoi personaggi (Alexandra tra i molti). «Si tratta anche di un’immagine che ci riconsegna la letteratura russa del passato, ossia la necessità del perdono, la nobiltà. Penso che l’elemento nazionale nell’operato culturale umano sia fondamentale: in Europa lo si definisce spesso nazionalismo…Ma l’aspetto nazionale ha una grande importanza, dobbiamo preservarlo. Mi rendo conto, comunque, di quanto il cinema oggi influisca negativamente sulla società, e io – da regista – vi avverto: non abbandonatevi con fiducia allo schermo, non fidatevi così facilmente del regista, perché ci sono molti registi, anche eccelsi, che sono dei diavoli veri!».

Il prezioso incontro con il cineasta punta, infine, l’attenzione su un aspetto maggiormente “tecnico” del suo operato artistico, ossia la preminenza di un’immagine che lavora e si condensa in superficie, dissociandosi dal volume«Il cinema ha una realtà fisica, cioè lo schermo o qualsiasi altra superficie di proiezione, che è sempre geometrica e tutto ciò che un cineasta crea si estende proprio su questa superficie. Chi altro ha lavorato solo su superficie? La pittura. Quindi, bisogna scegliere i maestri giusti ai quali guardare: il cinema non può trovare da sé la sua via di sviluppo, non può criticarsi da sé, bensì ogni cineasta e/o direttore di fotografia deve rendersi conto della superficie e delle sue possibili variabili. Cosa deve fare un cineasta per limitare il suo ego? Accettare come dato di fatto la superficie e non combatterla. Accettiamo che il cinema si estenda sulla superficie e nessun gioco di volume ulteriore possa esistere: bisogna imparare come Rembrandt o El Greco hanno raggiunto il loro equilibrio in pittura». Probabilmente resta al cinema solo uno spazio di profondità possibile, quello proveniente dal sonoro sinfonico, artefice di una visione d’insieme (armonica) dell’opera. Afferma Sokurov, a riguardo, facendo dell’ironia: «Ho sempre pensato all’immagine come alle mie gambe, e al suono come alla mia anima…Ma ora che zoppico: cosa ne sarà delle immagini dei miei film?!».

La masterclass si conclude con un ricordo affettuoso dell’amico e collega Andrej Tarkovskij, al quale Sokurov fu molto legato, in particolare negli anni in cui questi lo difese contro l’oppressione sovietica nel tentativo di “liberare” i suoi film, ma anche in tempi a seguire, quando i due divennero interlocutori fidati a vicenda. Dopo avere speso splendide parole su Tarkovskij e sull’amico e mentore Marco Müller – presente in sala – , Sokurov torna a scherzare con il suo pubblico alla domanda su una possibile “udienza divina” del cinema: «Questo è possibile solo attraverso le persone singolarmente scelte. Ho pensato a chi, tra tanti registi, trovandosi davanti alle porte del Paradiso, potrebbe riuscire a entrare…Ad Anna Magnani aprirebbero? Penso sia l’unica donna del cinema a cui avrebbero aperto. Ma i registi? Difficile dirlo: a Dovženko sì; anche a Bergman, a condizione che si sia pentito; Dreyer sicuramente passerà anche lui; oggi abbiamo anche Kosakowski, una figura grandiosa. Non oso dire altri nomi, ognuno ha i suoi nel cuore. Penso, inoltre, che Fellini dovrebbe stare nel Consiglio di Amministrazione del Paradiso!».

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